mercoledì 23 maggio 2012

3) Letargo e risveglio


3.
Letargo e risveglio

“'Cause every once in a while
You think about if you're gonna get yourself together
You should be happy just to be alive
And just because you just don't feel like comin' home
Don't mean that you'll never arrive”

“Perché ogni attimo in un momento

Pensi se riuscirai a rimettere in piedi te stessa
Dovresti essere felice solo per il fatto stesso di essere viva
E solo perché non ti sembra di tornare a casa
Non significa che non ci arriverai mai”
[Move On, Jet]

L'aeroporto è un luogo stranamente magico. Gente che va, gente che viene. Dev'essere una bella
sensazione quella di camminare con la valigia dietro, stracolmi di speranze e aspettative. Dev'essere
bello farsi i film mentali sul futuro.
In questo momento sto fissando una famigliola canadese, si capisce.
La madre è una donna paffutella ma giovane, non sto a descriverla perché non ha alcuna importanza.
Il padre è senz'altro più vecchio della madre. E poi ci sono due bambini.
Il maschietto non avrà più di sette anni. Mi è totalmente indifferente.
Sta facendo volare un piccolo modellino di un aeroplano, imitando con dei versi indecifrabili i
motori. È biondo, ha le guance paffutelle e un'aria simpatica.
Mi è totalmente indifferente.
L'altra è una bimba di circa un anno. Sta in braccio alla mamma, quasi quasi si addormenta. È
bionda come il fratellino, ma è più bella. Ha le treccine bionde che le ricadono sulle piccolissime
spalle, ma la cosa più bella è la sua espressione stanca. Chiude gli occhi piano, e poi li riapre subito.
Poi li richiude. Basta una risata della madre a risvegliarla. Non potrebbe fare attenzione? Stava
dormendo.
È una bellissima bimba, indubbiamente. Per un attimo incrocia il mio sguardo assente, poi si arrende
alla pesantezza delle sue microscopiche palpebre.
E io non ho provato niente. Perché ancora non ho capito.
Mi è tutto totalmente indifferente.
- H

«Hayley», mi chiamò Bryan. Si guardò bene dal toccarmi. Mi girai verso di lui un po' intontita.
«L'aereo. Andiamo».
Lentamente cercai di alzarmi. La mia faccia stava un po' meglio, le ferite si vedevano di meno,
ma c'erano ancora. Ero molto indolenzita, questo sì. Le costole ancora non mi lasciavano respirare
in pace, ma ci stavo facendo l'abitudine. Avrei fatto l'abitudine a tutto il resto.
Lasciai che Bryan prendesse la valigia che Jenna aveva preparato al posto mio. Gli camminai dietro
fissando tutto ciò che mi circondava.
Mi davano fastidio gli sguardi indiscreti della gente. Chissà cosa pensavano.
Incrociai le braccia al petto e continuai a camminare, a testa bassa.

Sono sul secondo aereo. Non so quanti scali avremo ancora per arrivare in Italia. Credo che
Bryan abbia detto un paesino in provincia di... Trento. Non ne sono certa. Non so nemmeno dove
sia esattamente l'Italia in Europa, figuriamoci cosa posso saperne delle sue città.
Continuo a pensare alla famiglia canadese dell'aeroporto. È un chiodo fisso da qualche ora ormai.
Sono giunta alla conclusione che l'amore tra uomo e donna è molto più importante di quello
tra mamma e figlio.
Pensandoci su, è una cosa ovvia, no? Senza l'amore tra uomo e donna, non ci sarebbe quello tra
madre e figlio. E poi, uomo e donna si scelgono incondizionatamente, si amano perché scelgono di
farlo, non perché in qualche modo sono costretti a farlo.
Un figlio è la prova visibile dell'amore tra uomo e donna. È una derivazione del loro amore.
Non è questo il mio caso. Non avrò una prova dell'amore di due persone, io; a me toccherà la
prova dell'amore di una, e della brutalità dell'altro. Ma che vuoi farci.
Bisogna sempre anteporre il marito o la moglie ai figli. Lo so che è facile a dirsi, ma – onestamente
– non è un problema che mi riguarda. Non ho scelte da fare, io. Sono stata sbattuta fuori a
calci in culo dal mondo delle scelte. Niente bivi, per me. Solo sensi unici.
Oh, beh. Posso sopportarlo.
I bambini in aeroporto non mi davano nessuna sensazione. Erano solo bambini. Crescendo, potrebbero
diventare mostri o vittime.
Mi dava fastidio il modo in cui si guardavano il padre e la madre.
Oh, beh. Sono riuscita a sopportarlo.
Adesso, invece, mi chiedo cosa avrà pensato la madre di Jim mettendolo al mondo e guardandolo
per la prima volta. Un piccolo bambino graziosissimo e grinzoso al punto giusto da far venire le
stelline agli occhi. Crescendo, è diventato un mostro.
Non voglio chiedermi cosa avrà pensato Jenna mettendomi al mondo e guardandomi per la prima
volta. Una piccola indesiderata e sofferta al punto giusto da far venire la pelle d'oca. Crescendo,
è diventata una vittima.
Questo scambio di ruoli mi dà la nausea. Non lo capisco.
Bryan mi ha appena chiesto cosa sto scrivendo. Mi ha chiesto di mollare il quadernetto delle
brutte occasioni e parlare con lui. Gli ho chiesto di non chiedermelo mai più, per cortesia. Incazzato,
si è girato dall'altra parte.
Non mi piace frustrare mio fratello. Io gli voglio bene, sul serio.

- H



Arrivammo, alla fine. Ci volle parecchio, ma non me ne accorsi. Bryan si accorse del fatto che
non me ne fossi accorta. Oh, beh. Non aveva nessun altro su cui puntare la sua attenzione, era abbastanza
logico che avessi il suo fiato sul collo.
Non mi aspettavo un freddo così freddo. Un po' di neve c'era già.
Non avevo mai visto la neve, ma non mi fece alcun effetto. Un po' come i bambini in aeroporto.
Sì, certo, bellissima, ma niente di più. Nessuna rivelazione mistica.
Mi strinsi nell'enorme piumino nero e misi le mani in tasca. L'aria era così gelida che mi facevano
male le mani, erano tutte rosse e intorpidite, così come il mio naso. Riuscivo a vederne la punta
rossa, se facevo gli occhi storti. Mettendo giù i piedi dall'enorme jeep, mi guardai i doposcì neri,
dentro i quali sparivano i miei jeans pesanti. Feci fare un altro giro alla sciarpa celeste attorno al
mio collo e misi una cuffia nera in testa. Avevo freddo ovunque.
Bryan prese tutti i bagagli, aiutato da un uomo alto, biondo e imbacuccato fino al midollo. Anche
lui aveva il naso degno di un clown e continuava ad inspirare profondamente. Il suo respiro creava
nuvolette inconsistenti nell'aria gelida.
Mi accorsi del fumo che emettevo dalla bocca anche io. Incredibile, il mio fiato. Allora non ero
morta: respiravo. Aggrottai la fronte e sentii la faccia intorpidita, quasi anestetizzata.
Seguii Bryan e l'uomo dal naso rosso dentro la baita che svettava di fronte a noi. Era un luogo per
turisti, una specie di Bed&Breakfast, ma per noi due sarebbe stato un posto molto simile ad una
casa per le tre settimane a venire.
Fissai la struttura in legno e le finestrelle microscopiche; i balconcini un po' ghiacciati e le tendine
color pastello. Dal comignolo usciva del fumo, ma non come quello del mio fiato. Ovviamente.
Io non stavo prendendo fuoco, dentro di me. Anzi, semmai mi stavo congelando.
Un bel paesaggio, indubbiamente. Forse non abbastanza, chissà.
Entrando, il sollievo fu immediato. Un calduccio così accogliente e meraviglioso lo si poteva solo
immaginare, soprattutto se si trattava di una californiana che non aveva mai visto dal vivo la neve.
Mi accorsi solo dopo un po' che Bryan stava parlando tedesco con il clown, mettendosi d'accordo
su cose che non potevo capire. Poi l'uomo – Peter, se avevo capito bene (e non “Peter” all'americana;
“Peter” con la prima “e” aperta e la seconda più simile a una “a”) – chiamò qualcuno a gran
voce.
Urlò un “Vicktor, komm hier!” che compresi solo per l'assonanza con il mio inglese. Certo, la sua
pronuncia era decisamente più aspra e spigolosa. Chissà se parlava in tedesco o era solo un tentativo
di farci sentire a nostro agio improvvisando un inglese più duro. Boh.
Da una porta uscì un ragazzo di circa vent'anni, biondo da far spavento, ultra pallido e con occhi
che potevano far concorrenza ai miei. Senza ombra di dubbio era il figlio dell'uomo che ci aveva
scortati dentro: erano identici. E il ragazzo era veramente, ma veramente alto e muscoloso. Nonostante
il maglione pesante, c'era ben poco da immaginare su cosa ci fosse sotto.
Il maglione era verde. Verde scuro. E subito tornai a sentirmi in colpa per il modo in cui me ne
ero andata, senza dire niente a nessuno, nemmeno a Lara o a Jamie.
Nemmeno ad Adam.
Ci fu un secondo durante il quale quel ragazzo, Vicktor, mi guardò spaesato. Fu un istante, perché
subito si rivolse al padre in una lingua a me incomprensibile. Poi fu il turno di Bryan, e di nuovo del
padre. All'improvviso, tutti e tre presero le valigie da terra quasi contemporaneamente. Mi sentii
inutile ed alienata.
«Vieni, Hayley, andiamo in camera», mi esortò Bryan. Annuii a malapena e mi accorsi del motivo
per cui Vicktor mi avesse guardata in quel modo.
Certo, io avevo ancora due tagli in faccia. Chissà cosa aveva pensato.
Risi beffarda dentro di me e mi incamminai su per le scale, dietro i tre uomini che si erano fatti
carico dei bagagli. Passando attraverso un corridoio, le cui pareti in legno nuovo di zecca profumavano
l'aria, scorsi uno specchio.
Mi tolsi la cuffia e mi sistemai i capelli, notando che le ferite in faccia non erano poi così vistose.
Potevano anche farmi passare per una ragazza più tosta, volendo. Una bulla. Come no.
Risi nervosa a bassa voce, scuotendo la testa: avevo pensato proprio una stronzata colossale, eh?!
Bryan si voltò di scatto verso di me, ma io ero già tornata seria. Aveva lo sguardo confuso e vagamente
speranzoso. Mi misi una ciocca dietro l'orecchio e feci spallucce, uccidendo la sua misera
scintilla di speranza senza pietà.
Raggiunsi Bryan nel nostro appartamento, dove il padre del ragazzo stava indicando con fare
gentile dove stesse la cucina, dove quello e dove quell'altro. Blablabla.
Tolsi il giubbotto e lo appesi al primo appendiabiti che trovai. Mi guardai intorno.
C'era odore di legno e di nuovo, come nei corridoi. Era tutto oltre ogni mia aspettativa. Era... sì,
beh, era bello. Ecco perché Bryan adorava così tanto quell'angolo di mondo. Ecco perché mi ci aveva
portata. Perché era bello.
«Hayley? Hayley?», mi chiamò Bryan preoccupato.
Mi voltai con un'espressione quasi soddisfatta. Quel luogo era ciò che più si avvicinava alla mia
idea di paradiso – fatta eccezione, ovviamente, per la stanza delle meraviglie in casa di Adam.
E riecco il peso allo stomaco.
«Sì?».
«Scegli pure la camera che preferisci, io mi sistemo nell'altra».
«D'accordo».
Feci per prendere la mia valigia, ma una mano bianchissima mi precedette. Alzai lo sguardo verso...
come si chiamava? Ah, sì, Vicktor. Con un cenno del capo mi fece capire che ci avrebbe pensato
lui, così lo lasciai fare senza proferire parola.
Una volta in camera mia, andai dritta a frugare nello zaino che conteneva il quadernetto.

È veramente meschino.
Quante probabilità c'erano che mi succedesse la stessa cosa successa a Jenna?
Oh, chi se ne importa.
Ho deciso che finché sto qui, in questo angolo candido di paradiso, non voglio scrivere dei miei
sensi di colpa; non voglio pensare ad Adam, perché lui è una persona intelligente, e in quanto tale,
non sarà più a Beverly Hills al mio ritorno; non voglio deludere Bryan: gli dimostrerò che... so essere
reattiva, che sono sua sorella.
E poi, dovrei ringraziare il cielo per essere viva. Certo, non dovrei ringraziarlo per tante, tante,
tantissime altre cose, ma...
Beh, posso sopportarlo. Finché la consapevolezza non mi uccide, posso sopportarlo. E se scrivo
su tutte quelle cose brutte, aiuto la consapevolezza ad arrivare.
Su, ho altri nove mesi per starmene isolata nella mia precaria bolla di sapone. Nove mesi sono
una vita. Non devo per forza pensarci adesso. Non ho nemmeno gli incubi, ora come ora.
C'è solo una cosa che non mi piace, qui.
La neve.
Non quella candida e soffice, non quella bella.
L'altra. Quella che sta sul bordo della strada. Quella sporca.
Perché anch'io una volta ero neve candida e soffice. Ora, invece, sono la neve che sta sul bordo
della strada.
Ghiacciata, dura. E sporca.
Sì, questa metafora mi descrive perfettamente. Altroché.

- H


Cenammo al piano di sotto, insieme agli altri coinquilini della pensione. Tutto squisito.
Almeno, così aveva detto Bryan. Io non riuscivo a toccare cibo.
«Bryan, ma che giorno è oggi?», gli chiesi ad un certo punto.
«È il primo novembre».
Erano passati solo dodici giorni. Dodici, stupidi giorni.
«Okay».
«Vuoi tornare su?», chiese un po' stordito.
«No, no», mi affrettai a rispondere. «Proprio no».
Più tardi, il locale al piano terra si era svuotato. Bryan era andato a telefonare, sperando di trovare
campo. Io ero rimasta al tavolo, seduta sulla panca, a fissare le luci fioche fuori dalla finestra che
avevo di fronte, giocherellando con il bordo della tovaglia. La neve cadeva in un delicato turbinio di
bianco e nero e il mio sguardo restava vacuo.
Non volevo affatto tornare in camera. Sapevo che avrei ripreso in mano il quadernetto. E sapevo
cosa avrei scritto, inevitabilmente.
«Tu sei l'americana, giusto?», fece una voce al mio fianco. Scesi dalle nuvole e fissai – lui, sì,
quello là – Vicktor.
«Già», risposi vaga.
«Posso sedermi?». Allora lo parlava l'inglese, eh? Senza nemmeno troppe difficoltà.
«Okay», acconsentii stringendomi nelle spalle.
«Allora, come ti sembra questo posto?». Sorrise smagliante. Davvero un bel ragazzo, ma io avevo
standard più alti (e che non avrei ritrovato al mio ritorno).
«Mi piace, sì», risposi a testa bassa, smettendo di fissarlo. Si schiarì la gola.
«Mi sa che non ti aspettavi temperature simili, vero?». Di nuovo, fece bella mostra dei suoi denti
perfetti. Bianchi. Dritti.
«Proprio no, già».
Poveretto, lo stavo mettendo in difficoltà. Voleva rompere il ghiaccio. Rompere il ghiaccio. Certo,
un po' come dire di volermi sciogliere. Ahah. Impossibile. Dopo qualche secondo di silenzio, si
schiarì di nuovo la gola.
«Posso chiederti chi è il ragazzo biondo che sta con te?». Era imbarazzato, ma aveva un'espressione
tra lo spavaldo e il minaccioso.
Non capivo cosa...
Oh. Oh.
Credeva di aver capito.
Non aveva capito.
«Mio fratello. Bryan».
«Ah». Non cambiò faccia per niente, credeva ancora di aver capito.
«Mi ha portata qua dopo... un incidente successo in America». Questa fu l'unica non-bugia che mi
venne in mente.
«Ah!», esclamò, quasi divertito. Aveva capito di non aver capito. «Io, beh... pensavo...».
Sorrisi a malapena, sentendo una fitta alle guance, senza guardarlo in faccia. «Sì. Tranquillo.
Fraintendimento, tutto okay».
«Già, scusami. Sul serio», e riprese a ridere piano di se stesso. «Comunque piacere, sono
Vicktor». Mi porse la mano, ma feci finta di non vederla finché non la ritirò.
«Hayley», dissi vincendo l'Oscar per la presentazione più breve e fredda della storia.
«Già... Senti un po', per quanto starete qui tu e tuo fratello?». Come se non lo sapesse. Andiamo,
l'appartamento era prenotato per tre settimane, e suo padre era quello che sbrigava tutte le questioni.
«Tre settimane», risposi comunque.
«Però, una bella vacanza, eh?». Lo guardai di sfuggita mentre aggiungeva: «Non devi andare a
scuola?».
«A scuola...», ripetei pensierosa. Non ci avevo pensato affatto. Non ne avevo voglia. Non ne avevo
bisogno. Affatto. «Effettivamente dovrei», ammisi. «Ma non credo che sia il luogo adatto per
me, ora».
Aggrottò la fronte, senza aver capito una sola virgola della mia frase. In quel momento spuntò
Bryan. Fulminò Vicktor e poi si rivolse a me: «Si fa fatica a prendere la linea, ma alla fine ce l'ho
fatta. Ti saluta Jenna».
Avevo mille domande in testa. Mille e più. Ma non un solo briciolo di forza per porle.
«Va bene», sbottai alzandomi.
Non era il caso di picchiarsi la zappa sui piedi per poi piangere inchiostro su un foglio bianco.
Le prime due settimane scarse passarono lentissime e meno piacevoli delle aspettative. Non facevo
mai niente e Bryan mi faceva compagnia nel mio ozio perenne.
Non volevo sciare; i paesini nei dintorni erano già stati visitati i primi giorni; non volevo stare in
camera; non volevo dormire; non volevo pensare. Volevo solo trovare un buon motivo per rialzarmi.
Ma lontano dalle persone a me care, era impossibile riuscirci.

Non capisco cosa intenda la gente quando afferma che “gli occhi sono lo specchio dell'anima”.
Che scemenza. Non ha senso.
Stamattina, mentre mi lavavo i denti, stavo fissando la mia immagine riflessa allo specchio. Non
mi sono mai vista così invisibile. Con o senza di me, in quel bagno, non sarebbe cambiato niente.
E poi, i miei occhi. Li ho fissati a lungo, con una mano sotto l'acqua ghiacciata che scorreva.
Non l'ho tolta da lì finché non ho sentito una fitta di dolore. Finché non ho visto i miei occhi reagire.
Fingere di reagire. Erano velati, sembravano opachi. Dietro di loro non c'era niente, solo vuoto
e accidia. Come aveva detto Jamie in ospedale.
Però ero viva, no?
Quindi mi sono chiesta: se “gli occhi sono lo specchio dell'anima”... allora perché io non vedo
niente? Non sono cieca, e non sono nemmeno una ragazza senza anima.
Io sono Hayley, dannazione. Non sono una ragazza senza anima.
Sono Hayley Smithson. L'acqua ghiacciata mi fa male. Penso e soffro e gioisco come gli altri.
Respiro e sento freddo come tutti. Sono Hayley Smithson.
Ma non sono Consapevole.
Sono Hayley Smithson. E non sento niente.
- H

Fu durante un pomeriggio particolarmente freddo che decisi di fare qualcosa. Mi misi una felpa
orrenda di pile e scesi le scale quasi trotterellando per la fretta. Sentii le ginocchia dolere per l'inusuale
movimento. Le mie gambe si stavano assottigliando e rinsecchendo, così come il mio viso.
Non avevo ancora deciso di fare niente per impedirlo. Il cibo continuava a nausearmi.
Ad ogni modo, un paio di giorni addietro avevo visto Vicktor seduto in un angolo vicino alla stufa;
aveva in mano una chitarra e strimpellava abbastanza decentemente.
Ecco cosa dovevo fare. Ingannare il tempo.
Così, fui lieta di vederlo chiacchierare con suo padre davanti al bancone, quando scesi quel pomeriggio
di novembre. Non avevo idea di che giorno fosse. Sapevo solo che la gente si stava preparando
al Natale – forse con un po' di anticipo. C'erano luci e abeti e carta da regalo in giro. Sospirai.
Il padre di Vicktor, vedendomi, sgranò gli occhi, un po' sorpreso. Poi alzò un braccio a mezz'aria
e sorrise a mo' di saluto. Subito dopo Vicktor lo imitò. Ma sorrise in modo molto più efficace.
Sì, beh. Lasciamo stare. Riconobbi quel sorriso e decisi di starne alla larga.
«Hayley, ciao. Come mai qui?», mi chiese avvicinandosi.
«Uh...», iniziai a disagio. «Mi chiedevo...». Mi sfuggì una risatina isterica che non controllai.
«Beh, sì. Mi chiedevo se tu potessi insegnarmi a suonare la chitarra, visto che non ho un bel niente
da fare se non piangermi addosso».
Mi fissò stralunato. «Piangerti addosso?».
Stupida bocca. Cuciti da sola, annodati la lingua, incollati e tagliati le gengive. Cristo.
«Storia lunga», mi limitai ad affermare con poca enfasi ed evadendo con lo sguardo. Eppure mi
parve di vedere Vicktor che indugiava su quelle poche ferite che ancora stentavano a rimarginarsi
del tutto sul mio viso.
«Ho tempo per questa storia lunga», propose serio.
«Fidati, non ne hai abbastanza. E comunque non ne parlerei». Dal mio tono comprese che avrebbe
fatto prima a costruirsi una macchina del tempo e dello spazio per poter tornare indietro al Ballo
d'Autunno e scoprire a cosa mi riferissi piuttosto che sentire una sola parola di più da me.
«Va bene. Perciò vuoi imparare a suonare la chitarra. Okay, hai da fare?».
Risi di nuovo troppo brevemente e sarcasticamente. «Oh, beh. No, direi di no».
«Allora cominciamo».

Ammettiamo per assurdo una cosa psicologicamente masochista. Lo so che non mi fa bene, però
voglio provare a sentire qualcosa. Anche il rimpianto e la rabbia impulsiva vanno bene.
Ammettiamo che al mio ritorno non sia cambiato niente.
Questo implicherebbe:
– Jenna sorridente;
– Jamie non incazzato a morte con me per non avergli detto niente della mia partenza;
– Jamie non incazzato a morte con me per non averlo chiamato mai dal giorno della mia partenza;
– Lara nelle stesse condizioni di Jamie;
– Okay. Lui ancora a Beverly Hills.
Sempre stando a questi ragionamenti assurdamente contorti ed inverosimili, ammettiamo anche
che lui non ce l'abbia con me peggio di quanto non ce l'avesse con quell'animale. Mi ricordo ancora
con fin troppa precisione il modo in cui gli ha fracassato il cranio contro uno specchio; il modo
in cui ha centrato il suo naso con un pugno che avrebbe distrutto un muro di cemento armato; il
modo in cui aveva deformato i suoi stessi lineamenti...
Non è questo il punto.
Ammettiamo che Adam possa perdonarmi una cosa simile.
Non potrebbe anche accettare... un supplemento?
Che stupida che sono. Certo che no. Non c'è modo per me di stare con lui. No: non c'è modo per
LUI di stare con ME. Cambia poco.
Forse, se ci passassi sopra io...
Ma per favore. Tutto questo è ridicolo.

-H



Finalmente arrivò il giorno della partenza. Quel viaggio si era rivelato come minimo inutile.
Bryan se n'era accorto e aveva deciso di darci un taglio, seppur tenendomi tutto nascosto.
Salutammo tutti quanti fingendoci dispiaciuti di dover andare via. Vicktor mi chiese un modo per
rintracciarmi, tipo Facebook o Twitter, ma dopo un “no” abbastanza deciso e crudele, aveva battuto
in ritirata e mi aveva salutata dalla finestra mentre io e Bryan salivamo sulla jeep che doveva portarci
all'aeroporto più vicino.
«Hayley», mi chiamò Bryan pensieroso.
«Dimmi», feci voltandomi verso di lui.
«Ho bisogno di sapere cosa pensi. Se ti sono stato utile. Se sei pronta per tornare».
Sbuffai dal naso, cercando nel mio cervello un modo per rispondergli. Frugai nella borsa e trovai
subito il quaderno. Glielo porsi senza indugi. Ma lui scosse la testa.
«No, no. Non voglio parole scritte, voglio la tua voce. Parlamene». Aveva uno sguardo troppo
mesto per i miei sensi di colpa.
Inspirai, afflitta. «Allora temo che la risposta sia che non sono pronta. Scusa, Bryan».
«Allora ho un altro piano B».

Siamo a casa. Cioè, non veramente a casa. Quella penso di averla persa da un pezzo.
Non sapevo che Bryan avesse comprato una villetta a Santa Monica. Una bella villetta sulla
spiaggia, piccola e piena di vetrate. Molto minimal. Molto “casa”. Dice di averla presa da poco.
Sull'aereo mi ha spiegato che l'aveva voluta più per me che per lui. Un posto in cui staccare la spina
e rilassarmi in spiaggia durante l'estate, suppongo.
Sono a casa, più o meno. Sono a soli venti minuti dalla verità. Fare una capatina per controllare
i danni causati dalla mia partenza misteriosa mi costerebbe solo venti dannati minuti – traffico permettendo.
Bryan dice che è meglio non dire a Jenna che siamo qui, che siamo così vicini. Stiamo fingendo
di essere ancora in Italia, a costo di chiamare seguendo i criteri di un fuso orario che ormai non ci
riguarda più. Ha detto che se Jenna sapesse, non resisterebbe e verrebbe a trovarmi. Si farebbe
scoprire da Frank, ha detto, e da tutti quanti.
Questo mi fa pensare che Adam sia ancora a Beverly Hills. O magari no, magari è via, a registrare
un nuovo album per il suo nuovo tour. In fondo gli ho solo dato l'occasione per svignarsela.
Chi l'avrebbe mai detto che non sarebbe stato il suo tour a renderci impossibile di stare insieme?
Ma tant'è... Il risultato non mi pare sia cambiato.
Siamo in California, a soli venti minuti dalla consapevolezza, e ancora non sento niente. Vedo
solo l'oceano di fronte a me, mentre Bryan cucina chissà cosa in cucina.
Vedo e sento. Ma ancora non Sento.

- H


«Hey, Bryan», feci andando in cucina. Il parquet sotto i piedi scalzi era stranamente caldo e piacevole.
Si voltò... sì, direi esterrefatto.
«Dimmi».
«E se chiamassi Jamie? Sarebbe una pessima idea?».
Adesso tutta la sua attenzione gravitava solo su di me: aveva lasciato perdere qualsiasi cosa stesse
cucinando. «Certo che no. Fai quello che ti senti di fare, senza costrizioni».
Corrugai la fronte. «Non è questa la risposta che mi aspettavo».
«E cosa ti aspettavi?», fece incuriosito.
«Una ramanzina. Mi aspettavo una ramanzina. Ma credo che anche ai tuoi occhi io sembri una
lebbrosa da assecondare».
Inspirò ed incrociò le braccia al petto. «Hayley, posso dirti due parole?».
Annuii.
«Ho la certezza che mi ascolterai? Oppure vedrò le mie parole entrarti da un orecchio e uscire
dall'altro?». Una scintilla gli accese lo sguardo. Oh, eccola che arrivava, la ramanzina.
«Certezza, no. Posso provarci».
«Allora rimandiamo. È un discorso che richiede capacità di reagire, cosa che – evidentemente –
ancora non hai riacquistato». Prese un cucchiaio di legno e mi voltò le spalle.
Schiaffo morale. Ecco come si chiamava. Questo era un tipico schiaffo morale di Bryan. Lo faceva
sempre, questo giochetto. Era una provocazione.
«No, adesso voglio sapere», protestai. Si girò spazientito.
«Hayley, anche io voglio sapere cosa ti passa per la mente, ma ciò non significa che ne verrò a
conoscenza». Sembrava alterato.
HEY, HEY, HEY.
Fermi tutti.
«Ma io ti ho dato la possibilità di saperlo!», piagnucolai a voce più alta.
«No, Hayley, se c'è una cosa che proprio non hai fatto in queste tre settimane, è stata darmi l'opportunità
di consolarti e aiutarti. Ti sei chiusa in te stessa, hai murato tutto e mi hai escluso. Hai
escluso me, Hayley, me, la persona che ti è sempre – sempre – stata accanto. Credi che mi faccia
piacere vedere che mi metti da parte per scrivere su delle stupide pagine bianche? Credi che mi faccia
piacere? Io valgo di più di un quadernetto, io posso fare di più per te!», ringhiò.
«Bryan! Ma che...».
«No, Hayley, no. Tu non mi hai dato la possibilità di sapere un bel niente. Non sono nemmeno
riuscito ad abbracciarti, Cristo Santo! L'unica volta che mi sono avvicinato e ti ho sfiorata per sbaglio
hai fatto un salto di mille metri e sei schizzata via da me. Non sopporto l'idea che tu non possa
farti abbracciare da nessuno, nemmeno dal tuo ragazzo. E cosa dovrei dire io? Mi è morta una sorella
e me ne sono accorto giorno per giorno, ti ho vista mentre venivi risucchiata via con costanza
raggelante. Tu sei morta dentro ma ancora non l'hai capito! Cosa dovrei dire? Come mi dovrei sentire
in questa situazione di merda? Dimmelo, Hayley, sul serio, perché se tu riesci a mantenere questa
calma, io...».
«Adesso stai esagerando!», urlai. E finalmente sentii un briciolo di rabbia, diversa dalla solita
nebbiolina che mi impediva di soffrire. Bryan si zittì per un momento, attonito. «Come se tu non sapessi
alla perfezione quello che mi è...».
«TU LO SAI! IO NO!», urlò Bryan fuori di testa, interrompendomi. Feci marcia indietro, ammutolendo
per un attimo. Anche mio fratello rientrò nei gangheri, inspirando per calmarsi. Per qualche
minuto, nessuno parlò. Restammo a fissarci in cagnesco.
«Scusa», disse infine. Io mi grattai nervosamente un braccio con una mano tremante.
«Vedi? Era questa la ramanzina che mi aspettavo».
Presi il telefono e digitai il numero sei volte. Mi tremavano le dita e continuavo a sbagliare la sequenza
dei numeri. Mi stavo innervosendo. Per poco non lanciai il telefono contro la parete.
Al terzo squillo, la voce di Jamie mi fece sentire a casa. Più o meno. Era spento e roco.
«Pronto», fece senza interesse.
«Jamie», sussurrai. Ci fu un secondo di silenzio di piombo.
Tanto bastò. Mi riconobbe al volo.
«Hayley?! HAYLEY? Gesù mio, Hayley! COSA?! HAY!», urlò. Dovetti allontanare il cordless
dai timpani.
«Ciao, Jamie». La voce iniziò a tremarmi. Oddio, no. Non così presto... Mi sedetti su una poltrona
e strinsi a me un cuscino, stritolandolo al petto.
«Hayley... Dio mio, dovrei essere furibondo, ma sono troppo nauseato dalla sorpresa per ritrovare
la rabbia che mi hai fatto sentire. Mi è salito il sangue al cervello, giuro: mai stato così incazzato in
vita mia. Ma... Al diavolo, non ce la faccio proprio. HAYLEY!».
«Jamie, ciao di nuovo», mi scappò un sorrisino. Una lacrima lo rincorse, ma non ebbe il tempo di
cadere sul cuscino perché la asciugai prima.
«Hay... Ho troppe domande in testa e sono tutte stupide e inappropriate. Non vorrei che, facendotene
una, tu riattaccassi. Ti prego, non farlo», implorò.
«Non lo farò, Jamie. Prometto. Cioè, prima o poi dovrò riattaccare».
«Solo quando io ti darò il permesso», propose.
«Andata». Sorrisi di nuovo e lui mi sentì piangere.
«Ti prego, non piangere, dai. Mi fai male. Sono lontano e non posso fare quel che dovrei... Hayley.
Per favore, non piangere se non ci sono io».
«Sei più vicino di quanto pensi», ammisi stando sul vago.
«Metaforicamente o letteralmente?». Il solito genietto.
«Risposta censurata», proferii.
«Va bene. Allora dimmi qualsiasi cosa, ma parlami. Non ho sentito la tua voce per più di tre settimane...
Quando la sentirò dal vivo?».
«Presto», promisi. E ne ero certa.
«Quanto presto?».
«Non lo so, Jamie. Questo proprio non lo so».
«Hayley», mi chiamò serio e affranto.
«Mi dispiace, Jamie».
«Non avresti dovuto farlo», mi sgridò bonario.
«Allora meglio che non torni», tentai di scherzare. Dal mio tono smorto non sembrò affatto.
«No! No, no, non intendevo questo!», si corresse disperato.
«Jamie, oh. Tranquillo. Era tanto per dire. Devo tornare per forza».
«Questo significa che non vorresti?».
«Ci sono tante cose che non vorrei».
L'istante di silenzio che seguì sembrò dilatarsi e durare ore e ore.
«Che schifo», sbottò. Sentii tutta la sincerità e la verità di quell'affermazione. «Certe volte la vita
ti imbocca così tanta cacca che ti costringe al digiuno», proseguì rassegnato.
«Jamie!», esclamai ridendo. Senza lacrime.
«Andiamo. Ho ragione, lo sai bene». Rise anche lui.
«Certo, tu hai sempre ragione». Nascosi il mio disagio.
«Allora, visto che ho sempre ragione, adesso dico che torni domani. E, siccome ho sempre ragione,
domani sia».
«Vediamo».
«Davvero? Non è un “assolutamente no, Jamie”?». Fece una voce in falsetto, tentando di imitarmi,
che mi fece scoppiare a ridere. L'istintività di quella reazione mi fece male allo sterno.
«Mi manchi, sai?», dissi.
«Sta' zitta, per favore, zitta! Nemmeno ti immagini il buco risucchia-tutto che hai lasciato qui».
Grugnii qualcosa di molto simile a un lamento. «Non dirmi niente, dai».
«La sorpresa sarà tua, domani».
«Allora sei fissato, eh?».
«Non sono fissato, sono colui che ha sempre ragione, tutto qua».
«Jamie, Jamie... Come farei senza di te?».
«Esattamente come hai fatto in queste tre settimane». Frecciatina. Era vagamente stizzito.
«Facciamo così: tu dammi il tempo di resuscitare».
Rise rassegnato. «Allora aspetterò anni. Se devo aspettare che il colore dei tuoi occhi torni quello
di sempre, beh...».
«Abbi pazienza». Nemmeno sapeva la verità, lui... Io... Una nausea improvvisa mi impedì di parlare
per qualche secondo.
«Non ho alternative», mi rispose.
«Quella che non ha alternative sono io», mugugnai.
«E questo che vuol dire?». Si era preoccupato. Ecco, lo sapevo.
«Dai, Jamie, fammi andare da Bryan», tagliai corto.
«No, no. Spiegati».
«Jamie».
«Non ti ho dato il permesso di riattaccare, perciò dimmi».
«Ti spiego quando torno», mi limitai a proporre senza troppa convinzione. Mi buttai una mano in
faccia, come per impedirmi di dire altro.
«Sì, come no. Potresti essere più convincente, Hay. Non ti crede nessuno».
«Credimi sulla parola. Non... Per favore, possiamo evitare?», pregai.
Sospirò, rassegnato. «D'accordo. Ma domani ne riparleremo».

Pensavo al cerchio che è venuto a crearsi:
Jenna – Hayley.
Hayley – Delilah.
Delilah – Adam.
Adam – …
Il cerchio non si chiude. Non riesco a chiuderlo.

- H


Passeggiavo sulla spiaggia sentendo freddo.
La spiaggia di notte è qualcosa di inimmaginabile e senza paragoni. È assurdamente bella. La
neve non regge il confronto. Le luci riflesse sulla superficie brillante e scura, la sabbia fresca tra le
dita dei piedi, la luna che traballa a seconda delle onde... La neve non regge il confronto.
Stavo passeggiando, dopo cena. Così, per il semplice gusto di farlo. Stretta in un maglione di
Bryan, avevo deciso di sfidare quella sera di novembre. Forse il freddo mi avrebbe risvegliato i sensi.
Passo dopo passo, sentivo la sabbia sulle caviglie e il nulla cullarmi.
«Hey, tu». Una voce femminile alle mie spalle mi stava chiamando. Una voce nuova e cristallina.
Mi voltai confusa.
Una ragazza stava indicando proprio me.
«Io?».
«Sì, sì. Tu. Sei nuova di qui?», chiese avvicinandosi. La scrutai bene. Alta quanto me, più o
meno, carnagione olivastra, occhi di un castano puro ed incredibilmente caldo, capelli corti e scurissimi,
sparati in aria. Le incorniciavano il viso ovale. Era carina, proprio carina.
«Non esattamente», risposi vaga.
«Beh, io sì. Sono nuova. E odio questo posto», disse alzando gli occhi al cielo e sorridendomi
gentile. Aveva un accento che faceva uno strano effetto. Di sicuro non era americana.
«Imparerai ad odiarlo sempre meglio, non ti preoccupare», la rassicurai.
«Perfetto». Si mise una ciocca nera dietro l'orecchio e mi porse la mano, accogliente. «Piacere, io
sono Azzurra», si presentò.
Azzardai e accettai la sua mano dandole la mia, che venne abbracciata in una presa confortevole.
«Io sono Hayley, ciao».
«Californiana dai tratti somatici particolari, vero?», scherzò. Ripensai ai miei capelli rossi e alla
mia carnagione non proprio pallida. Sì, in effetti non rientravo nel tipico alta-bionda-occhi verdi.
«Decisamente. E tu? Più che americana sembreresti mediterranea», risposi.
«Lo sono!», esclamò sorridente. Mi ricordò Jamie, chissà perché. «Sono italiana, in effetti».
Risi di getto. «Pensa che coincidenza: sono appena tornata dall'Italia».
«Davvero? Beh, non hai la faccia di una che ci è andata per divertimento».
Sgranai gli occhi. Chi era quella piccola veggente? «In effetti, no».
«Beh, ti è piaciuta?».
«Suppongo di sì».
«E dove sei stata a novembre? In Valle d'Aosta?».
«Che? No, no. In provincia di... Trento, mi pare».
«Agli antipodi rispetto alla mia zona!». Sorrideva in continuo. Era raggiante e metteva di buonumore.
«E come mai sei nuova di qui?», chiesi curiosa.
«Mi sono trasferita qui con mia sorella. In verità, i miei hanno preso casa a Beverly Hills, ma mia
sorella mi permette di vivere con lei qui».
«Sul serio?», feci sorpresa. «Ti sei appena trasferita qui dall'Italia?».
«Già». E giù con un altro sorriso disarmante.
«Ma parli perfettamente inglese. Dalla tua pronuncia non l'avrei mai detto...».
«Perché ho già vissuto in Canada e in Irlanda, tutto qui». Fece una linguaccia adorabile. Aveva le
fossette.
«Fai avanti e indietro, eh?».
«Già. Mio padre è un primario di chirurgia, mia madre lo segue senza troppe storie. Mia sorella,
però, si è proprio stufata di fare su e giù, così ha accettato di trasferirsi per quest'ultima volta solo a
patto che potesse mantenersi da sola, in una casa tutta sua. Dove io ho chiesto asilo politico». Era
ipnotizzante la sua voce scorrevole. Aveva carisma da vendere.
«Perciò, eccoti qua. Vivi con tua sorella?».
«Sì, in quella villetta lì, vedi? Sta di fianco a quella con le vetrate e il terrazzino sulla spiaggia. Se
guardi bene, vedrai che mia sorella è sul suo terrazzino... sta parlando con un tizio biondo».
«Bryan», risi. Scrollai le spalle e scossi la testa, stupita.
«Il biondo figo? Lo conosci?».
«Sì», iniziai tra le risate flebili, «è mio fratello. Quella villetta è dove vive. Io sto con lui solo per
qualche giorno, poi torno a Beverly Hills a casa di mia madre, dove l'inferno mi attende», spiegai
con facilità estrema. Però.
«Scherzi? Oh, ma dai! Assurdo! Tuo fratello e mia sorella hanno le case vicine, però sia tu che io
viviamo a Beverly Hills... Se non è destino questo!».
«Quindi non vivi qui, a Santa Monica?», chiesi. Non seppi spiegarmi il motivo, ma improvvisamente
temetti che quella Azzurra avesse potuto prendere la casa di Adam. Il terrore mi invase. Solo
dopo mi ricordai che Bryan aveva detto che Frank era ancora lì con Jenna. Non poteva aver venduto
casa... O forse sì? Comunque sbagliavo a sperare, nel mio profondo, che Adam stesse lì ad aspettarmi.
Dovevo togliermi quella cazzata dalla testa.
«Beh, sto qui solo durante il week end. Per il resto della settimana devo andare a scuola...», riprese
Azzurra.
«Dimmi che è la Beverly Hills High School», dissi. Spalancò gli occhi e sorrise in modo disumano,
facendomi temere per le sue guance e le sue mascelle.
«Sono senza parole! Lo sapevo io che dovevo avvicinarmi per conoscerti. Ho un sesto senso per
queste cose». Sorrisi a mia volta, ma a confronto con Azzurra, il mio era un tentativo patetico di apparire
allegra.
«Perciò, Azzurra, può essere che ci si veda a scuola. Oppure qui, stando a scrocco dai fratelli».
Buttai un occhio verso casa.
«Che sembrano simpatizzare», completò Azzurra. Lo speravo sul serio. Se la sorella di Azzurra
era simpatica anche solo la metà di quanto lo era lei, allora Bryan era in ottime mani. Almeno, a prima
vista. Poi mi voltai di nuovo verso di lei. Mi stava scrutando quasi dispiaciuta.
«Che ci sei andata a fare in Italia, Hayley?», chiese tranquilla.
Sentii un peso sullo stomaco e abbassai la testa. «Beh... non è facile da spiegare. Diciamo che
avevo bisogno di stare lontana da qui per un po'».
«Hai perso qualcuno di caro?», fece apprensiva.
«No, io... in realtà...». Ci pensai un attimo. Una morta c'era: ero io. Ma c'era qualcosa di davvero
molto vivo dentro di me. A parità di fatti, potevo davvero considerarmi morta? O dovevo vivere
giusto per tenere in vita qualcos'altro? Qualcun altro? Era un discorso difficile e ridicolo. «Io ho
perso qualcosa di molto importante, ma ancora non ho compreso le conseguenze. Comunque no,
non ho perso nessuno di caro. Almeno credo», ammisi. Era facile parlare con Azzurra. Forse perché
non la conoscevo così bene da aspettarmi un giudizio da lei.
«Okay», fece seria ma serena. «Non dirò che ho capito quello che hai detto, perché mentirei e mi
giocherei la fiducia della prima amica che sono riuscita a trovare». Le fossette apparvero sulle sue
guance. «Però, Hayley, posso dirti una cosa?».
«Certo».
«Non so cosa ti sia successo, ma qualsiasi cosa sia, faresti meglio a passarci sopra. Si vive una
volta sola. Dovremmo ringraziare il cielo già solo per il fatto di essere vivi».
Sorrise e mi salutò, voltandomi le spalle.
Io, dal canto mio, rimasi inebetita a fissare il vuoto. Aveva ragione. Solo ora lo capivo.
Avrei dovuto ringraziare il cielo per il fatto stesso di non esserci morta, in quel dannato bagno a
scuola.
[TO BE CONTINUED]

2 commenti:

  1. Uhh, a quando il prossimo capitolo?? :)

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  2. A molto presto! Direi che il giorno della pubblicazione (entro fine mese) inizierò a postare anche qui i capitoli, probabilmente uno o due a settimana. Poi, una volta finito di postarli in anteprima qui, metterò in giro anche il pdf per chi lo volesse =)

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